Ci sono momenti, nelle relazioni, in cui sembra di parlare due lingue diverse.
Diciamo qualcosa con un’intenzione e l’altra persona comprende tutt’altro.
Cerchiamo di spiegare ciò che proviamo e ci sentiamo fraintesi.
Riprendiamo una questione già affrontata molte volte con la speranza che, questa volta, possa andare diversamente e invece ci ritroviamo nello stesso punto.
Le incomprensioni fanno parte delle relazioni.
Accadono nella coppia, tra genitori e figli, tra persone che stanno attraversando una separazione e, più in generale, ogni volta che bisogni, aspettative, emozioni e punti di vista differenti si incontrano.
Il problema, quindi, non è necessariamente che esistano.
La differenza la fa ciò che accade dopo.
Quando non discutiamo più soltanto di ciò che è successo
Molti conflitti iniziano da questioni apparentemente concrete.
- Un impegno non rispettato.
- Una decisione presa senza consultare l’altro.
- La gestione dei figli.
- Un messaggio che non ha ricevuto risposta.
- Una frase pronunciata nel momento sbagliato.
Eppure, molto spesso, ciò che alimenta il conflitto non coincide completamente con il fatto che lo ha provocato.
Dietro una discussione possono esserci domande molto più profonde:
Mi stai ascoltando?
Quello che per me è importante conta anche per te?
Posso fidarmi di te?
Riconosci quello che sto facendo?
Posso continuare a sentirmi importante per te anche se non siamo d’accordo?
Quando queste domande rimangono senza risposta, il confronto può progressivamente irrigidirsi.
Non si discute più soltanto di che cosa è successo, ma del significato che ciascuno attribuisce a ciò che è successo.
Ed è proprio qui che può nascere l’incomprensione.
Due persone possono vivere la stessa situazione in modo completamente diverso
Nelle relazioni tendiamo facilmente a considerare la nostra interpretazione dei fatti come se fosse la descrizione oggettiva della realtà.
Eppure ciascuno guarda ciò che accade attraverso la propria storia, le proprie esperienze, i propri bisogni, le aspettative, le paure e il significato che attribuisce ai comportamenti dell’altro.
Per una persona il silenzio può significare:
«Ho bisogno di tempo per calmarmi.»
Per l’altra:
«Non ti importa di quello che provo.»
Per qualcuno continuare a fare domande può significare:
«Sto cercando di capire.»
Per l’altro:
«Mi stai mettendo sotto pressione.»
Lo stesso comportamento può quindi assumere significati profondamente differenti.
Riconoscere questa possibilità non significa stabilire che uno abbia ragione e l’altro torto. Significa introdurre uno spazio nuovo nella relazione: la possibilità che esista un punto di vista diverso dal proprio e che comprenderlo non significhi necessariamente condividerlo.
Quando l’incomprensione diventa conflitto
Le difficoltà aumentano quando, invece di cercare di comprendere ciò che sta accadendo, iniziamo a difendere la nostra posizione.
Il dialogo si trasforma allora facilmente in una successione di accuse e giustificazioni:
«Sei sempre il solito.»
«Non mi ascolti mai.»
«Con te non si può parlare.»
«Tanto fai sempre quello che vuoi.»
A quel punto non stiamo più cercando una soluzione. Stiamo cercando di dimostrare la validità della nostra versione dei fatti.
Più ciascuno cerca di convincere l’altro, più l’altro sente il bisogno di difendersi.
E il conflitto si alimenta.
Quando questo schema si ripete nel tempo, le persone possono arrivare a pensare che il problema sia diventato irrisolvibile.
A volte, invece, ciò che è diventato inefficace è il modo in cui si sta cercando di affrontarlo.
Dal “chi ha ragione?” al “che cosa sta succedendo tra noi?”
Un primo cambiamento importante può avvenire quando si sposta la domanda.
Non più soltanto: Chi ha ragione?
ma: Che cosa sta succedendo tra noi quando affrontiamo questo problema?
È uno spostamento piccolo solo in apparenza.
Significa passare dalla ricerca del colpevole all’osservazione della dinamica relazionale.
Possiamo allora iniziare a chiederci:
- Che cosa sto cercando di comunicare davvero?
- Che cosa potrebbe aver compreso l’altra persona?
- Quale bisogno sto cercando di proteggere?
- Che cosa accade quando mi sento attaccato, ignorato o non riconosciuto?
- C’è qualcosa che l’altro sta cercando di dirmi e che, preso dalla necessità di difendermi, non riesco più ad ascoltare?
Sono domande che non cancellano le differenze.
Permettono però di guardarle da un’altra prospettiva.
Comprendere non significa essere d’accordo
Uno degli equivoci più frequenti nelle relazioni consiste nel pensare che comprendere il punto di vista dell’altro significhi accettarlo.
Non è così.
Possiamo comprendere perché una persona abbia vissuto una situazione in un certo modo e continuare ad avere una posizione differente.
Possiamo riconoscere un’emozione senza condividere un comportamento.
Possiamo ascoltare un bisogno senza essere necessariamente in grado di soddisfarlo.
Questa distinzione diventa particolarmente importante quando il rapporto di coppia attraversa una crisi o quando la coppia ha deciso di separarsi.
In questi momenti le differenze possono essere profonde e alcune decisioni possono essere ormai definitive. Tuttavia, soprattutto quando ci sono figli, rimane necessario trovare modalità nuove per comunicare, prendere decisioni e gestire responsabilità comuni.
L’obiettivo non è necessariamente tornare ad essere d’accordo su tutto.
È imparare a stare nel disaccordo senza trasformarlo continuamente in uno scontro.
Il conflitto può diventare un’informazione
Un conflitto ci dice che, in quella relazione, esiste qualcosa che chiede attenzione.
Può indicare
- un bisogno che non riesce ad essere espresso.
- un confine che deve essere ridefinito.
- un’aspettativa che non è mai stata chiarita.
- una responsabilità che deve essere distribuita diversamente.
- una modalità comunicativa che non funziona più.
Per questo il conflitto non deve necessariamente essere considerato soltanto come un fallimento della relazione.
Può diventare un’informazione.
La domanda allora cambia ancora:
Che cosa ci sta dicendo questo conflitto?
A volte la risposta permette di ricostruire vicinanza.
Altre volte aiuta a definire confini più chiari.
In altri casi consente a due persone che stanno prendendo strade differenti di trovare un modo più rispettoso e responsabile per continuare ad occuparsi di ciò che le unirà ancora, come la responsabilità verso i propri figli.
Quando parlarne da soli non basta
Ci sono situazioni nelle quali le persone riescono autonomamente a modificare il proprio modo di comunicare.
In altre, invece, il conflitto è diventato così ripetitivo che ogni tentativo di confronto riporta rapidamente alle stesse accuse, alle stesse difese e alle stesse conclusioni.
In questi casi la presenza di un professionista può offrire uno spazio differente.
La mediazione familiare non serve a stabilire chi abbia ragione o chi abbia torto e il mediatore non decide al posto delle persone.
Il suo compito è creare le condizioni perché ciascuno possa esprimere il proprio punto di vista, riconoscere ciò che è realmente importante, ascoltare ciò che porta l’altro e cercare soluzioni concrete e sostenibili.
Particolarmente nei percorsi di separazione, questo significa aiutare i genitori a distinguere il conflitto che appartiene alla relazione di coppia dalle responsabilità che continueranno ad avere come madre e padre.
Perché una coppia può terminare.
La responsabilità genitoriale continua.
E trovare nuove modalità di comunicazione e collaborazione può diventare una forma importante di cura anche nei confronti dei figli.
Trasformare non significa cancellare
Trasformare un’incomprensione in un’opportunità non significa pensare che ogni conflitto debba necessariamente avere un lieto fine.
Non tutte le relazioni devono continuare nello stesso modo.
Non tutte le differenze possono essere superate.
Non tutte le ferite possono essere semplicemente dimenticate.
Trasformare significa piuttosto evitare che il conflitto sia l’unica storia possibile.
Significa provare a chiedersi che cosa possiamo comprendere, cambiare, negoziare o costruire diversamente a partire da ciò che è accaduto.
A volte l’opportunità sarà ritrovarsi.
A volte sarà imparare a parlarsi diversamente.
A volte sarà costruire un nuovo equilibrio.
A volte sarà riuscire a separarsi senza continuare a combattere.
Ma in ciascuna di queste possibilità c’è un passaggio comune: smettere di guardare soltanto a ciò che ci divide e iniziare a comprendere che cosa possiamo fare, da oggi, con quella differenza.
Quando può essere utile un percorso di mediazione familiare?
Se ogni confronto termina nello stesso conflitto, se prendere decisioni insieme è diventato difficile o se, durante o dopo una separazione, avete bisogno di trovare nuovi accordi e modalità di comunicazione, uno spazio di mediazione può aiutarvi a rimettere in movimento il dialogo, non per decidere chi ha ragione, ma per comprendere ciò che conta davvero per ciascuno e cercare, quando possibile, una strada praticabile per entrambi.
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